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  • Gigi

    Un'amica mi consiglia di scrivere. Di lui.

    Per diluire il dolore di questi giorni.

    Io penso che se vado in quella casetta,
    lo trovo ancora.

    Quando ero piccola,
    ricordo un uomo un pò burbero.
    che non parlava di cose piccole come me.
    ma di cose da grandi.

    Aveva il viso e le mani cotte dal sole,
    le unghie piene di terra.

    Gli altri nonni già non c'erano più.
    Dovevo imparare ad avere un nonno.

    L'uomo nascerà già con le coordinate per comportarsi con gli altri,
    ma spesso e volentieri ci si trova come di fronte ad una pagina bianca,
    provare ad imparare , a conoscere chi si ha di fronte.
    Si va per tentativi. magari ci vogliono anni.

    Io sento di averlo conosciuto tardi mio nonno.
    Come se dopo più di vent'anni, ci fossimo guardati negli occhi.

    Piacere Elena, tua nipote.
    Piacere Luigi, tuo nonno.

    Sai nonno, io ho il nome di tua moglie.
    Non l'ho conosciuta ma la porto sempre con me.
    C'è chi la chiama Lollobrigida, con la sua foto da posa , i capelli ricci, lo sguardo impostato altrove, il sorriso in bianco e nero, i denti perfetti.

    Sai elena, tua nonna la chiamavano la donna del sorriso, lavorava tanto la terra , con la stessa passione che ci mettevo io. Ecco, si, sorrideva come sorridi tu adesso.

    Ci conosciamo in quel letto d'ospedale, con la caposala che mi urla che non posso stare lì.

    Ascolto i dettagli della tua vita e sembri così contento di poter parlare con me.
    E io godo di quella felicità che porti negli occhi,
    appena mi vedi che sbuco nella tua stanza,

    appena mi vedevi arrivare nella tua cucina.
    Alzavi gli occhi scavati da sotto quella coppola
    e sembrava tutto apposto.

    Eri fiero, ricordo questo.
    Di tutti i piccoli traguardi raggiunti.

    Prima ricordo che sembravi quasi incazzato
    testardo da non voler cedere l'idea, mai.
    Tenevi il punto e strillavi forte.

    Ma poi ti ricordo dolce.
    Pronto a offrirmi tutto quello che era tuo.

    Progettavamo pranzi insieme,
    perchè potevo venire da te in qualsiasi momento
    da quando guidavo.

    E dovevamo farne uno.
    E ti sei lamentato che non c'ero a quel pranzo.

    Perchè Elena non si è fermata ?

    Ti avevo promesso che avrei fatto la pasta fatta in casa.
    Ti volevo far vedere che avevo imparato.
    Che potevi avere un altro motivo di orgoglio.

    Che anche se i tempi sono moderni,
    io volevo essere all'antica,
    per starti più vicina possibile.

    Ma tu hai cominciato a vedere i tuoi genitori.
    A fare discorsi strani, a scambiare le persone.
    A camminare male, a non uscire più.

    Restavi vicino a quel grande camino.

    Sorridevi tanto solo quando ti si nominava il pronipote.

    Nonno, guarda, gianluca ...

    e ti scoppiava un sorriso sul viso, enorme.

    Ti piacevano le foto, i colori vivi.
    Ti piaceva il mare, come a tua figlia.
    Ti piacevano le patate, il pollo e i sughi bianchi.

  • L'ultimo cielo

    Una sedia vicino al camino è vuota.
    Prendo il calore che ti ha scaldato una vita.
    Guardo la fiamma che ti illuminava il viso stanco ma soddisfatto.
    Che ti scaldava le mani sporche di terra e di sole.

    Ora le mani sono bianche, incrociano un rosario rosso.

    Sbrigatevi a venire sù.

    Ti vedo che sei ancora caldo.
    Ti tiene il peso del viso la donna che ti ha accompagnato per 30 anni,
    quella che è diventata una nonna per me, anche se il sangue non dice la stessa cosa.
    Hai il viso di un bambino, il naso si allunga sulla bocca semichiusa,
    le palpebre te le chiude tua figlia, strillando il tuo nome e il nome di sua madre.
    Sbatto i pugni al muro, mi sento talmente impotente da impazzire.
    Avrei voluto farmi raccontare di più.
    Il tempo di capire a volte sembra sempre troppo poco.
    Ed ora avrei mille parole , mille orecchie.
    Carezze da donarti, passi da affrontare insieme.

    Come quando questa estate, nella tua convalescenza,
    facevamo il corridoio del reparto avanti e indietro ... e mi dicevi , ancora un altro giro.
    perchè volevi recuperare la forza, al dottore dicevi di voler correre
    ma le gambe volevano starsene ancora un pò stese.

    Eri fiero di me.. della mia laurea, della mia macchina.
    Fiero di tutto quello che avevi costruito.
    Fiero quando mi vedevi andare via, fare retromarcia.
    Appoggiavi la mano alla ringhiera, io suonavo il clackson come avevo sempre sentito mio padre di farlo, e tu abbassavi la testa da una parte, un cenno degli occhi, senso di approvazione, e l'altra mano alzata a salutarmi.

    Vai piano, non guidare di notte.

    La prossima volta tu porti il pollo, e poi facciamo le patate fritte , quelle nuove appena presa dalla terra battuta per una vita, con l'olio nuovo. sai che bontà .

    Guarda come ti piace raccogliere le olive.

    Hai lo stesso sorriso di tua nonna. se ci fosse ancora lei sarebbe tutta un'altra cosa.

    E ora che non ci più te, è tutta un'altra cosa davvero.

  • See you soon

    Anno nuovo, vita nuova.
    Macchè, cazzate come le mutande rosse o gli acini d'uva.

    Non amo più fare l'albero,
    o sentire quel brivido la mattina di Natale.

    Penso a chi se n'è andato in questo lungo anno,
    a chi ci ha provato e chi probabilmente se ne andrà a breve.

    Guardo negli occhi le persone più intensamente,
    per prendermi l'iride e stamparmela.

    Portarmela dietro, sfilarla dalla tasca e guardarla,
    alla luce di una bella giornata, così ti scaldi un pò.

    Vorrei avere i cinque minuti più lunghi che esistono
    per passarli con chi va via e non torna.

    Farmi raccontare la loro vita, il loro aneddoto, la loro passione.
    Prendere appunti, scattare una fotografia.
    Imprimere per non lasciare andare.

    Per l'egoismo di chi resta, per il vuoto di chi aspetta di sapere al di là cosa c'è.
    Se si sentono i nostri pensieri, al di là
    le nostre preghiere, i frantumi su un viso che guarda l'orizzonte,
    i ricordi in una vita passata insieme.

    la fossa del cuscino che forma può prendere, vuota ?

  • Scorfano e pinoli

    Chiudo gli occhi.

    Mentre guido.

    il cuore che sobbalza.

    Riapro gli occhi.

    Piccolo segreto.

    In questo lungo frattempo,
    ho giocato a fare la grande,
    con ballerine ai piedi
    e ai piedi di un'altra laurea.

    Eppure vorrei cristallizzarmi,
    magari non proprio in quest'anno
    simile ad un campo minato.

    Tornare quella manciata di anni indietro,
    ripetere tutto, sfasciarlo, imbastire l'orlo.
    Più posata di così non si potrebbe,
    magari uno scambio di energie,
    questa volta al posto giusto nel momento giusto.

    Grande attaccamento ai contrari ..

    posto giusto, momento sbagliato
    momento giusto , posto sbagliato .

    La stazione di Trastevere accoglie tanta gente.
    Mi guardo riflessa nel vetro di un ascensore,
    guardo qualcuno che mi guarda.

    sono schiva nelle mie ballerine grigie,
    le stavo perdendo sulla moto
    che sbatteva sui sanpietrini.

    Il casco mi schiaccia i capelli
    mentre vedo l'Isola Tiberina
    e ricordo i Mondiali del 2006
    con arricciamento dello stomaco.

    Tengo le mani sui fianchi di chi guida,
    non troppo strette.

    Vorrei lasciarle andare in aria,
    ma temo che questo sogno di leggiadria
    non me lo possa permettere.

    Non mi permetto tante parole,
    le ingoio, le lascio scendere
    come si fà con l'acqua sotto la doccia.

    Vedo i vestiti nuovi
    che portano con sè
    vite diverse.
    Vestiti che non conosciamo
    che avranno visto chilometri fatti divisi.

    Mi sento osservata nei miei jeans,
    nelle mie risate nervose,
    nel mio sguardo sicuro,
    nel mio grigio.

    Mi sento a casa, in casa di altri.
    Mi aprono la porta, mi butto in un abbraccio.
    Rientro subito in me,
    in una tazzina di caffè con troppo zucchero.

    Tento la memoria fotografica delle strade,
    mi metto continuamente alla prova.
    Questa è stata una prova stessa,
    temo che un voto alto
    non sia un buon risultato.

    Vorrei fallire la memoria,
    vivere come in quel film di Gondry,
    cambiando finale.

    Dimenticare.

    Mi lascio andare al lato finestrino,
    quando non resisto a farmi i fatti miei,
    e mi frantumo.

    Giro veloce una sigaretta, abbasso il finestrino
    guardo lontano, guardo lì accanto.

    Mi frantumo, tentando di non sputtanarmi.

    Non ho fame di protagonismo,
    o meglio, non avrà voglia di sfamarmi.

    Tradisco me stessa più tardi,
    mi risponde il silenzio.
    Scoppio intimamente in solitaria.
    Quindi implodo.

    implosione perpetua di sentimenti cristallizzati.

    Posso dirlo solo così, è chiaro ?

    Mi è chiaro.

    che cazzo ci faccio ?

    Mi ferma una giornalista della Repubblica,
    nella stazione più disastrata di Roma,
    intervista sulla Metro.

    Alzo gli occhiali da sole,
    scopro quello che coprivo.

    Sento la sua mano sulla spalla,
    e la domanda và quasi sfumando.

    quelle scarpe , quel giorno , non sono fatte per camminare.

    Anni di verità nell'iride dei miei occhi.

    Una per una.

    Le collezioni non mi sono mai piaciute.

  • Beware the wheelers

    I rotanti mi hanno sempre messo una gran paura.
    Un pò come quando Dorothy entra nella stanza dove ci sono tutte le teste,
    che si risvegliano e gridano l'allarme.. c'è un intrusa.

    Quei visi dipinti, quelle braccia che finivano con delle rotelle ..
    spero non mi vengano a trovare nei sogni questa notte,
    visto che invece che fare quei sogni bizzarri, incomprensibili e spaventosi
    che un processo di distorsione dovrebbe camuffare in tempo in tempo per il sonno profondo,
    cullo dei sogni che debuttano con la realtà percepibile,
    con le paure che non devono essere spogliate di nessun vestito
    per essere poi guardate negli occhi.

    Non per sentirmi coraggiosa,
    ma è ancora più spaventoso.

    C'è una mia foto in bianco e nero, dentro una cornice nera,
    sul mobile in fronte al mio letto..
    non sorrido apertamente, non mi rattristo apertamente.
    mi chiedo cosa c'è nei miei occhi,
    a volte vorrei poterli chiudere
    per non guardare sempre in faccia le paure di questi giorni.

    Le paure si muovono negli ascensori dai colori sgargianti,
    tra le voci di caposala stupidamente rigide,
    ministrine scotte e mela cotta,
    i medici che trascinano le loro scarpette di gomma,
    negli svariati esami mancanti di psicologia/umanità che personale ospedaliero dovrebbe sostenere nella vita di tutti i giorni, per non dover strillare in un corridoio l'esito di un'operazione,
    nelle aspiranti infermiere, tutte chignon perle e sorrisi, quasi da avere allucinazioni uditive da moon river,
    i racconti di una vita tra un pranzo da imboccare e la barba da fare,
    racconti che ti dicono che sei la nipote nonchè la copia della "donna del sorriso",
    tra prendi una caramella nella tasca della giacca e uno studia che è il tuo futuro..

    .. una nipote dottoressa ..

    Le paure si muovono lungo un filo estremamente sottile,
    che dovrebbe essere un lenzuolo,
    come quando lo stendi in due per piegarlo.

    Ecco prima che lo pieghi..

    Quando lo tieni per gli angoli.

    Il filo passa anche il mio compleanno,
    vissuto come un non compleanno,
    senza canzoncina della banda di alice.
    tanti sms di chi guarda facebook,
    nessuna telefonata, un regalo.
    il mio amico che mi regala tante risate
    con filmati calabresi.
    Sti cazzi dei festeggiamenti, temo da sempre le feste,
    pensavo ai 25 anni come qualcosa da ricordare,
    una calda cena tra amici, senza temere nulla.
    Invece mi sento anche meno di 10 anni.

    Temo.

    Il filo si sdoppia,
    per la legge di murphy,
    o per la più resistente saggezza popolare della mia bisnonna..
    per cui .. benvenuta disgrazia, se arrivi da sola.

    Un filo fino che si sdoppia,
    una figlia,bambina,nipote,dottoressa,
    capisce che il suo spessore è difficile da rintracciare,
    per infilarlo nella cruna di un ago,
    e passarci sopra con delle ruote ...

  • 5

    Guardo la stazione cambiare
    dal trotterellare freno acceleratore dell'autobus..
    tutto quel ferro che contrasta con il cielo incazzato
    mette quasi paura..
    ci sono gli anziani del quartiere che guardano i lavori di anni
    dai buchi aperti nella rete... e stanno lì ore.

    Prima o poi mi siedo sugli scalini anche io,
    per qualche ora,
    senza chiedermi quando parte il prossimo treno,
    senza dare occhiate al telefonino,
    senza accennare a muovermi.

    Quante scene ha visto quella stazione,
    molte anche mie..
    e scorro quei momenti,
    come la lettura accomapagnata dall'indice.
    Ora c'è cemento, ferro, operai e faretti,
    una libreria rimpicciolita e mattonelle provvisorie che si alzano.

    Stamattina il vento si infilava tra il cappotto e la sciarpa.
    Alla fermata alzavo continuamente il bavero
    e toccavo nervosamente i capelli, ora corti.
    Mi fanno sentire più femminile,
    senza soffermarmi troppo sulla bellezza,
    quanto sulla fragilità o debolezza,
    ma senza lagnarmene.

    Lo vedo, mi indica il suo autobus e ci sale sopra.

    Camminiamo per strada vicini, come fossimo estranei, senza guardarci.
    In fretta, al semaforo pedonale attraversiamo addirittura con il rosso.
    Non parliamo da giorni, che sembrano lunghi mesi.

    Era una mattina con il sole e lui aveva la barba fatta,
    ed è finita così, con tante domande e nessuna risposta.
    Forse non esistono addii sorridenti o lisci.

    Ci guardiamo furtivamente sul treno,
    proprio come quando non ci conoscevamo.
    Mi sfiora la gamba volutamente, più volte
    ma lo fà sembrare un incidente da aggiustamento postura sul sedile.
    Cerco di capire la lingua del suo libro,
    ma fra tutti i simboli,
    riconosco solo il 5..
    che ha la forma di una luna fatta male.

    Lui diceva che era proprio così.
    Un cinque.

    Salgo qualche minuto dopo di lui,
    sempre a san lorenzo arriverò.

    Il momento perfetto arriva.
    Non ci sono tante parole,anzi
    quel silenzio non mi è mai sembrato così perfetto.

    Sento la sua mano magra dopo tanto tempo, a contatto con la mia.
    Ho una sensazione di sollievo misto al piacere,
    una sensazione crescente.
    Eppure nella testa ho tante di quelle domande,
    che potrei parlare per mezza giornata
    senza interruzioni.

    Mi scosto da un altro viaggiatore che invade lo spazio d'aria circostante il mio lato b,
    decisamente infastidita.
    Lui mi stende il braccio sul fianco e mi tiene.
    Mai un gesto mi ha fatta sentire così.

    Il mio mento poggia a fatica sulla sua spalla,
    e incrocio con i miei occhi
    due file di militari lungo l'uscita dell'obitorio della Sapienza.
    Nonostante non sia mai stata troppo sensibile per alcuni fatti,
    ultimamente ma soprattutto oggi ne resto turbata,
    entrando in un lungo tunnel di pensieri aderenti alla scena.

    Arriva un bacio,
    essenzialmente la cosa più dolce
    che mi è mai capitata nella vita.

    Senza spiegazioni, senza frasi, senza attese, senza momenti giusti, senza preavvisi.

    Così.

    Sembra un vero e proprio addio.

    Suono il campanello per la fermata e scendo nell'inizio di pioggia.

  • Hasan

    Estranea nel tenere un volante,
    sola insieme alle note di una radio.
    Come se mi chiedessi se ne sono veramente in grado
    di trascinarmi dove voglio
    e di muovere qualcosa più grande di me.
    Come se questo avesse un significato ben più ampio
    di quello che rappresenta una tessera
    con una foto vecchia di almeno 6 anni
    dove i capelli li tagliavo da sola e sorridevo,
    quasi inconsapevole,
    bambina e disattenta al vero futuro,
    con una firma veloce ed emozionata
    con un pennino blu ormai sbiadito.

    Amo perdermi nei come se.
    Sono un modo velato e distante per dire quello che è.
    A volte ho il bisogno fisiologico di prendere le distanze.
    Come quando tolgo gli occhiali da vista,
    indosso quelli da sole,
    e viaggio su un treno
    senza riconoscere persone
    o rintracciare dettagli dal finestrino.

    Respirare.

    In questo spazio respiro a fondo,
    ma sono respiri densi di quello che densamente mi succede.
    Ci sono sere in cui scriverei una sola frase, una singola parola
    ma nell'ermetismo si può nuotare bene ,
    come restare a riva senza toccare un'onda.
    E allora mi blocco, l'appunto su una vecchia moleskine,
    la appendo nella testa e ci giro intorno.

    O la perdo, in preda ai respiri.

    Ho respirato e inspirato un profumo nuovo.
    Ho tenuto stretto come una corda
    lo sguardo per lunghi giorni.
    Mi sono invaghita di una cultura completamente diversa dalla mia,
    lontana parecchie ore di aereo e con un alfabeto di 39 lettere.
    di occhi che guardano attentamente anche se chiusi,
    ho accarezzato una pelle morbida che non sà ferirsi
    e sentire il contrasto della mia pelle dura che si spacca continuamente.

    Puntualmente,
    il coraggio non mi manca ma attiro storie inarrivabili.
    Ma stamattina parto ugualmente per avere un bacio,
    ancora ammorbidita da un forte abbraccio nel pomeriggio di ieri.

    Mi anestetizza da tutto quello che taglia incessantemente ora,
    da tutto quello che non mi lascia respirare,
    e mi ritrovo troppo vicino per poter non guardare e ascoltare.

    Qualcosa che prendo, e non sò rilasciare altrove.

    Ho un testimone che stringo forte e non vuole staccarsi dalla mia mano.

  • Stranger

    Leggo di abbracci invisibili
    solo giorni e giorni dopo.
    Strano, ma sono potenti.

    Il salento è così lontano?

    Ha un gusto strano questa estate,
    consapevole di tutto,
    eppure perennemente in errore.

    Su qualsiasi fronte.

    Ho sempre trovato la nota giusta
    nelle mie discutibili azioni,
    però stavolta mi sembra di farne troppe.

    Di cazzate.

    Inseguo una scia poco luminosa
    che attraversa scelte infernali
    e che di gustoso hanno ben poco.

    Il tempo di leccarti appena le labbra
    e già è tutto finito.
    Forse è un pregustare un sapore,
    che con molta probabilità
    non attraverserà mai più questa bocca.

    Mi spaccherei la testa contro un muro
    per capire
    cosa
    mi porta
    dietro a certi viaggi
    di farfalle.

    Non è vero.

    Mi spaccherei la testa

    per poter cambiare la forza di certe risposte.
    Per invertire la mia marcia a volte.
    come fosse qualcosa di continuo, voluto e in certi casi odiato.
    Come se intravedessi un luccichio in fondo..
    se è un diamante non posso lasciarmelo scappare,
    se è una stella devo assolutamente vederla.

    Ma se è un abbaglio?

    I soldati combattono, gli atleti percorrono la strada,
    gli amanti amano.

    Suona più o meno così una canzone che mi è tanto cara.

    Forse è troppo voler sempre trovare risposte,
    cause a partire dalle conseguenze,
    tracciare percorsi per trovarsi mappe
    di fronte alla testa infinitamente piccola.

    Non è mica un Tutto città di Roma
    che ti spiega che a buon bisogno
    il modo più veloce per arrivare
    al lungotevere
    è la tangenziale.

    Non esistono tangenziali e raccordi,
    sempre pieno di pedaggi e casellanti.
    Si sceglie di sopravvivere a strade secondarie
    con grandi autostrade a tre corsie.

    Percorro strade principali, in macchina. Timidamente.
    Mi chiedo se dopo la quinta, la macchina si alzi in volo.
    E temo di amare la frizione e schifare il freno.

    E in avanti e indietro, corro forte,
    strada di compagnia dove gattini con i calzini bianchi
    giocano con la polvere e corrono incontro alle mie coccole,
    con rabbia costruisco il fiato, in curva abbasso la musica.
    Canto mentre corro e vedo l'ombra della mia coda alta
    andare da una parte all'altra della testa.

    Sono incazzata, da morire.

    Nel tracciato delle mie stupide mappe,
    la risposta a questo quesito
    non c'è.

  • Sorte

    Guardo il mio riflesso contro la porta opaca della metro B.
    quella dai vagoni sudici nell'aria e tutto il resto.
    mi tengo con un braccio ben teso lungo un manico rosso,
    sento le borse di qualcun altro che mi strusciano,
    tengo la mia poco chiusa in cerca di qualche goloso.

    O la chiudo o cado.

    Allora la guardo e poi mi sfioro il braccio teso con la testa.

    Se vai al mare di Fregene, vedi volare troppi aerei.
    A testa alta, mi perdo a pensare da dove arrivano e dove andranno.
    In fondo non ci vuole poi molto a trovare un last minute.

    Se non pago il supplemento per la mia testa, posso lasciarla in aereoporto?

    Una donna africana si ferma sulla mia sdraio,
    parla un italiano impreziosito da un accento francese.
    Tiene un cesto in equilibrio sulla testa
    e mi parla di marketing da spiaggia,
    accennando uno sguardo che mira al mio
    scrutando gli altri velocemente e di nascosto.
    Mi sfioro una gamba e poco dopo sfioro una sua collana.
    Nastro e pietre ocra.
    Dice che ho toccato l'amore
    e mi regala la collana.

    Un sarto marocchino mi parla di Marrakech e di Agadir,
    è un professore di matematica nei mesi che scoppiano di foglie e sciarpe.
    Parla dell'amore per una ragazza di Cosenza,
    dice che alla fine si è sposata, non con lui.
    Mi si stropiccio gli occhi,
    languore al pensiero di un cielo con tetti diversi.
    Mi copro il viso con un panama,
    già troppo arrogante di sole.

    Mi trema la voce ultimamente
    se sfiorano certe corde.
    Allora io ne suono altre
    e distraggo.
    Come quando sventoli una bottiglia di plastica di sorpresa
    ad un cucciolo di cane di sei anni, e gli togli la palla dalla bocca
    con una sorprendente facilità.

    Mi faccio piena di crepe dentro
    ma quando comincio a sistemare le pietre,
    mi annoio di me stessa.

    Forse ho solo bisogno di essere stretta forte,
    con tutti i miei muri sbriciolati,
    senza contare le roccie,
    senza sbrigarsi a ricostruire,
    senza narrare il sisma.

    Di essere raccolta,
    sfinita da quel respiro che è arrivato
    dopo aver trattenuto il fiato.

    Sento l'eco di insolazioni,
    eritemi fantasma come l'inchiostro simpatico,
    padrona quasi intollerante di questo corpo
    che sente il rumore di catene.

    Chiudo le orecchie a me stessa,
    amo ascoltare gli altri.

    Parlami.

  • Schegge

    Rientro a casa dentro la mia giacca di pelle,
    con una manciata di lucciole che mi attende al portone.
    Un'accoppiata che qualsiasi amante delle stagioni incasellate nei mesi giusti, detesta.

    Io ho un debole per i contrasti.
    Dichiarazioni forti per chi brama
    dieci gradi in più di questi periodi.

    Mi butto a capofitto a reinventare la mia stanza,
    dal montaggio dei mobili svedesi,
    fino ad lampadario di vetro viola scuro.

    Entrambi danno l'impressione di essere plasmati.

    Potrei modellare quello che voglio
    con il calore che ho tra le mani.

    Il vetro scivola,
    il legno è scheggiato.

    Mi piace la luce che si combina in questa stanza,
    la stessa luce che mi accompagna in più di qualche notte da insonne.
    La notte non sempre porta consiglio.
    Nella mia esperienza, la notte porta scalette a chiocciola di pensieri
    al gusto di quadri di Dalì, a disegni di Escher,
    a mangiafuoco, a combustibile,
    occhi strizzati a temperature esasperate.

    Un tavolo tappezzato di bottiglie,
    bicchieri iniziati e talvolta ad uso di posacenere.
    Balconi che abbracciano gruppetti di persone,
    divani dal velluto verde che cullano i pettegolezzi.
    Quasi un quarto di secolo, in luce soffusa,
    odori che ti arricciano il naso
    e abbracci che fanno eco.
    Un paio di cani che pascolano sotto le gambe degli invitati,
    uno ruba grandi dosi di coccole,
    l'altro il cibo che cade in terra.

    Ci vuole fiuto, per tutto.
    Ma capita che il naso ti sbatta
    nell'angolo sbagliato.

    Magari sei a terra,
    un vecchio battiscopa di legno attaccato male
    e sei fregato..

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